Intervenire sul turismo? Meglio fare delle “ricerche”

Intervenire sul turismo? Meglio fare delle “ricerche”

Si sente spesso dire che quando si vuole evitare da fare qualcosa il modo migliore è nominare una commissione di studio. E purtroppo il detto popolare non è privo di una sua fondatezza nella realtà. In questi giorni si è molto discusso del turismo a Venezia e della necessità di intervenire per regolarlo. E che cosa salta fuori? Che occorre prima finanziare uno studio scientifico, per avere dati certi sulla consistenza del fenomeno. “La prima regola è che non si può gestire ciò che non si conosce” ha dichiarato Pier Paolo Campostrini, direttore del Corila (Consorzio ricerche lagunari, gestito da tre Università, Cnr e  Miur), chiedendo che il suo ente venga incaricato dello studio, da finanziare con ben un milione e mezzo di euro. La proposta è tutt’altro che nuova: da circa un paio d’anni il Corila ci lavora, progettando di fissare delle telecamere nei luoghi di maggiore frequentazione e studiando degli algoritmi che dovrebbero essere in grado di distinguere, osservando le immagini, quali persone siano turisti, quali siano residenti e quali siano pendolari. Un lavoro mastodontico e innovativo, forse mai tentato prima e del quale non sembra che ci sia nessun bisogno. Se il numero esatto dei turisti è in parte controverso, ciò si deve solo alla riluttanza delle amministrazioni, che temono di sollevare delle critiche ammettendo l’indisputabile realtà. Ma tutti i ricercatori sanno che il numero si aggira sui trenta milioni l’anno (cosa da noi ribadita in mille modi a partire dal libretto “Caro turista” del 2013, aggiornato nel 2014). Il gruppo di studio del Worcester Polytechnic Institute guidato dal veneziano professor Fabio Carrera (che non è di Italia Nostra e che mira solo alla verità dei fatti) dispone di algoritmi diversi da quelli futuri del Corila ma molto precisi e più volte testati.
Degli studi aggiuntivi possono certamente essere utili. Ma quello che occorre adesso, urgentemente, è riunire cittadini e amministratori per mettere a punto dei programmi d’intervento seri, possibilmente sperimentali e reversibili, in modo che possano venire raffinati e migliorati via via che se ne valutano gli effetti. Le parole “sperimentali e reversibili” non sono usate qui a caso. Sono proprio le stesse che vennero usate per la salvaguardia dalle acque altre e che vennero totalmente ignorate dal progetto Mose, massiccio e definitivo quant’altri mai. Speriamo che da quell’esperienza si traggano le giuste indicazioni per il futuro.

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  1. Pierpaolo Campostrini at 14:14

    Alcune puntualizzazioni
    1) CORILA non ha chiesto niente, tantomeno di finanziare “uno studio”. Abbiamo partecipato come capofila di un consorzio multi-nazionale al bando Interreg-ADRION sottoponendo un progetto. In tale consorzio partecipa attivamente il Comune di Venezia
    Gli altri partner sono l’Università di Bologna, il Politecnico di Atene ed organizzazioni facenti capo alle città di Mostar (bosnia ) e Dubrovnik (croazia).
    2) il budget di progetto, per tutti i Partner è di circa 1,5 milioni, la quota a carico di CORILA è inferiore ai 400k€
    3) Non si tratta di “studi”, bensi’ di applicare, a scala urbana, tecnologie consolidate e disponibili. Nel confronto con le diverse situazioni , si può “velocizzare” l’apprendimento e l’efficacia specifica per ciascuno dei 4 siti in cui avviare la sperimentazione.
    4) Il numero che “tutti sanno” , beati loro, ovvero i 30 milioni, è nel migliore dei casi (ovvero, ammesso che la stima sia corretta) un’ aggregazione annuale di presenze molto diverse fra loro (residenti, visitatori giornalieri, ecc) che hanno fluttuazioni stagionali ed anche giornaliere molto forti. Anche la presenza nelle diverse zone della città è disomogenea nel tempo.
    5) non capisco il senso della doppia negazione (“non sembra che ci sia nessun bisogno) Ma se si parla di “gestione dei flussi” i numeri che servono devono essere il più possibile disaggregati, ed il più possibile forniti in tempo reale, proprio perché le azioni di gestione possano essere “adattative” (interpreto così lo “sperimentale e reversibile” da voi auspicato)
    6) la proposta di utilizzare telecamere ed appropriati software (in questo caso sviluppati dall’Università di Bologna e già testati a Venezia qualche Carnevale fa) non è alternativa alle altre modalità di acquisizione informazioni proposte ed in parte realizzate dall’amico Fabio Carrera ed i suoi studenti americani. La nostra proposta non coinvolge studenti, ma istituzioni, ed il nostro ruolo è solo di fornire loro (alle Istituzioni) strumenti tecnologicamente avanzati. Al momento, non entriamo nelle politiche di gestione che potranno essere stabilite. Ma ribadisco la mia opinione che “Non si può gestire ciò che non si misura “